Nel 2024 ha vinto il Premio Scerbanenco con “La fine è ignota” portando nelle case dei suoi lettori il nuovo personaggio Mariolino Migliaccio. Adesso è in libreria con il romanzo edito da Rizzoli “La morte non paga doppio” che vede ancora protagonista l’investigatore improvvisato Migliaccio. Ma l’autore che abbiamo incontrato oggi ci ha regalato tanti altri bellissimi romanzi, come quelli con protagonista Bacci Pagano. Oggi, alle nostre domande, risponde e noi lo ringraziamo, Bruno Morchio.
Seconda avventura con protagonista Mariolino Migliaccio, lui che con il suo esordio ti ha fatto vincere il premio Scerbanenco. Cosa pensi che abbia colpito di lui da sbaragliare la concorrenza al premio?
Suppongo l’originalità del personaggio, che esorbita dalla versione corrente del detective che incarna il nuovo cavaliere senza macchia e senza paura: Mario è un diseredato, un picaro pronto a vendersi al miglior offerente per sopravvivere, salvo fare poi i conti con i principi che gli ha inculcato sua madre nel momento in cui tocca con mano le conseguenze delle proprie scelte (può accettare di riportare una prostituta minorenne ai suoi carnefici, ma quando ne conosce una in carne e ossa si fa in quattro per affrancarla). Inoltre, è un giovane uomo traumatizzato, i cui tormenti sono molto concreti e radicati nel passato, ma anche nel quotidiano del presente. Infine, c’è la scrittura, il melting pot linguistico, che credo costituisca un richiamo per i lettori più consumati.
Mariolino naviga nella “prostituzione”, figlio di una prostituta uccisa, attorniato da prostitute. Inserire il tuo personaggio in questo contesto gli permette di stare in quella terra di mezzo tra legalità e illegalità. Con “Via del Campo” ma anche “Boccadirosa” anche De André ci ha raccontato quest’anima di Genova. Quanto è fondante questo aspetto della tua città?
I carruggi, specie l’area del Borgo, sono popolati da prostitute per gran parte sudamericane, che esercitano avvalendosi di “scagni” (bassi) e vecchie pensioni fatiscenti. È un aspetto caratteristico della città vecchia, dove la prostituzione è gestita dalle mafie straniere. Più difficile è vedere sulla strada le ragazze dell’Est Europa, che nel romanzo ho collocato in un bordello di lusso-lager. Mario appartiene profondamente a questo mondo, essendo un figlio-orfano di bagascia; la qualifica non è una semplice indicazione biografica, ma qualcosa di più: connota l’appartenenza a un milieu e suggerisce una condizione identitaria, quella del picaro appunto, che cerca di emergere e di soddisfare profondi bisogni materiali e morali: vestirsi, lavarsi, mangiare, essere amato e trovare un posto nel mondo.
“L’indignazione è uno di quegli stati d’animo che andrebbero banditi dall’umano sentire, insieme alla compassione, alla vergogna e alla nostalgia”. Questo è quello che dice Migliaccio nel nuovo romanzo. È sbagliato oggi indignarsi?
È un sintomo di sconfitta e di impotenza, ma non è sbagliato. Il romanzo è scritto in prima persona, la voce narrante è quella di Mariolino, e non tutto quello che afferma va preso per oro colato: essendo lui stesso una contraddizione vivente, qualche volta ci troviamo in presenza di un narratore inattendibile. Questo conferisce all’autore una sconfinata libertà espressiva, prima fra tutte quella di sottrarsi alla censura del politically correct, che pure ritengo merce buona per i rapporti reali e pessima per la produzione artistica.
Lo sfruttamento del lavoro nero è una piaga protagonista del tuo romanzo, in alcuni momenti la cronaca nera vera entra nelle tue pagine. Anche Mitrescu si sarebbe potuto salvare se fosse stato portato in ospedale in tempo, ma si è scelto diversamente. Che deriva sta prendendo la società?
Volevamo cambiare il mondo e il mondo ha cambiato noi. I figli del Sessantotto hanno costruito la società delle disuguaglianze, del lavoro nero e povero, della rendita finanziaria, del razzismo e dei nuovi fascismi. Chi l’avrebbe mai detto?
Torniamo a Migliaccio. Dopo la vittoria allo Scerbanenco come lo vivi questo personaggio? Ti senti più libero rispetto a Bacci Pagano? Sperimenti di più?
Non mi sento più libero, solo che la sperimentazione, della quale ho un bisogno assoluto per scrivere, perché ogni nuovo libro costituisca una sfida, si muove su altri assi rispetto ai romanzi di Bacci Pagano. Sul piano strutturale, nei romanzi di Bacci ho cercato di rovesciare e scombinare le regole del genere, qui ho semplicemente posto al centro un personaggio incompatibile con l’essenza morale del giallo di cui parlava Manchette e la sperimentazione ha per gran parte lavorato sulla scrittura e sulla lingua.
Senza svelare niente del finale questo romanzo ha una storia gialla molto particolare soprattutto nel finale. Come lo hai concepito? Avevi già consapevolezza della direzione che voleva prendere?
Quelli di Mariolino (ma in gran parte anche quelli di Bacci) sono romanzi noir in cui la domanda “chi è l’assassino?” neanche si pone. Qui avevo ben presente fin dall’inizio il conflitto tra un’indagine svolta gratis per ragioni non del tutto chiare (comunque eticamente ineccepibili) e la natura del personaggio; bisognava trovare un equilibrio, esasperare il conflitto, rendere plastico il carattere irrazionale del comportamento del detective, che finisce per disattendere tutti i suoi buoni propositi senza peraltro ottenere quello che gli preme di più. Ne sortisce una trama paradossale che forse deluderà il lettore (almeno quello che cerca consolazione e rassicurazione), ma che non poteva essere diversa. Per uno come il nostro fottignin scotizzoso la morte non può pagare doppio.
L’utilizzo delle lingue e dialetti nel tuo romanzo danno al romanzo un respiro molto pasoliniano delle ambientazioni. Pensi che sia importante il linguaggio per un maggior realismo nelle storie?
Ne sono convinto. Peraltro, ci tengo a sottolineare che non nutro alcuna nostalgia linguistica e non coltivo alcun progetto di reintroduzione del dialetto nelle scuole. Se il dialetto va conservato come qualcosa di vivo, non può che essere la letteratura a farlo. Illudersi che le nuove generazioni, nel nordovest (area dei dialetti gallo-italici) tornino a parlare il dialetto mi sembra una follia. E i soldi investiti nell’insegnamento scolastico del dialetto sono soldi buttati. La condizione perché si torni a parlare in genovese è che i genitori comincino a parlare in genovese in casa coi loro figli: peccato che non ne siano più capaci.
E adesso non ci resta che attendere la nuova storia di Mariolino Migliaccio.
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