Torna Mariolino Migliaccio, dopo il trionfale esordio de La fine è ignota che ha fruttato al suo autore il Premio Scerbanenco del 2023, e lo fa con una storia che conferma la tensione dell’autore verso un utilizzo delle strutture del noir volto a scardinarle per schiudersi in una letteratura che travalichi il genere.

Mariolino è un investigatore atipico, un marginale, un trentenne disadattato, che guarda con disincanto e distacco il mondo che lo circonda, avulso rispetto alla fauna dei suoi coetanei che insegue successi e valori che non lo interessano o dai quali si sente escluso in partenza. Ama la musica jazz e il cinema americano, perché nell’infanzia e nella giovinezza gli LP in vinile e le videocassette sono state la mia consolazione, è praticamente sempre in bolletta e possiede una capacità incredibile di infilarsi in guai che deve affrontare totalmente disarmato, privo persino di quella licenza da investigatore privato, che in qualche modo ne legittimerebbe le inchieste.

È questo elemento, in particolare, a renderlo un personaggio riuscito, che coinvolge il lettore, portato a identificarsi nel suo muoversi “disarmato” e disorientato di fronte al mondo contemporaneo. Nello specifico di questa indagine, Mariolino si muove sulla base di una richiesta di aiuto da parte di Milca, la ragazza riscattata da un bordello di lusso, che perora la causa di un’amica che ha perso il marito.

Un caso di overdose, parrebbe, ma molti particolari non tornano e tassello dopo tassello si dipana una brutta storia di lavoro nero, subappalti e mafia nell’ambito dell’edilizia, una tematica estremamente attuale di “morti bianche” e sfruttamento, che, attraverso la trama accattivante del noir, Morchio porta all’attenzione del lettore. Il fenomeno sociale, lo sappiamo, è rilevante: dati riportati da “Il Sole 24 Ore” lo scorso anno parlano di circa tre milioni di lavoratori in nero, suddivisi in vari comparti, per un giro del valore di circa 200 miliardi.

Uomini e donne che lavorano senza alcuna garanzia, in molti casi correndo seri pericoli per la propria incolumità. Bruno Morchio ci racconta una di queste storie, la porta davanti ai nostri occhi, trasformando freddi dati statistici in traiettorie di uomini, di donne, di figli ai quali provare a garantire un futuro, fornendo volti e sentimenti, pensieri, paure, scelte ed errori, avvicinandoli a noi.

Li racconta senza fare sconti: nemmeno Anton Mitrescu, la vittima, è uno stinco di santo e la sua vedova, Alina, a un certo punto si troverà a dover scegliere tra giustizia e futuro, perché dove impera la miseria più nera e la dialettica è tra sfruttatori e sfruttati, anche i valori più sacri potrebbero avere un prezzo e diventare merce di scambio, in quella che è forse la più estrema forma di umiliazione e degrado.

Finale scontato? Neanche per idea, perché il fottignin scotizzoso, come Mariolino viene soprannominato nei caruggi da chi lo conosce bene, è un ribelle e le sue scelte sono imprevedibili: Non è un intento morale, e tantomeno razionale, quello che ci muove, ma piuttosto un atto di ribellione alla tirannia del Fato.

È una ribellione che arriva da lontano, perché Mariolino è portatore di un dolore profondo, legato al trauma antico dell’uccisione della madre, la Wanda, prostituta dei vicoli accoltellata da un misterioso cliente. Il desiderio di risolvere questo “caso personale” costituisce una leva profonda e costante del suo agire: in ogni ricerca che compie, con maggiore o minore successo, si annida la ricerca della verità per sua madre, per quel sangue che non ha trovato giustizia.

E di fatto, nei ritagli di tempo, Mariolino continua a chiedere, cercare, riannodare fili anche di questo drammatico cold case familiare. È un fil rouge che parte nel romanzo precedente e qui ritroviamo con alcuni sviluppi decisivi, che fanno aumentare l’interesse e gettano un ponte per futuri episodi.

La struttura del noir, come dicevamo, conflagra, e la caccia al colpevole è tutt’altro che un meccanismo a orologeria: Morchio fa tesoro della lezione di Dürrenmatt e concede un largo peso all’imponderabile, sviluppando una riflessione metaletteraria che abbatte il diaframma tra realtà e finzione.

Troppe variabili imprevedibili, troppi ingredienti sconosciuti. È per questa ragione che i romanzi gialli sono bugiardi e la gente farebbe meglio a evitarli come la peste: perché raccontando un mondo dove alla fine i conti tornano sempre, sono solo pura propaganda – tale e quale i comizi di certi politici dalla faccia di bronzo – e celebrano un ordine che nella realtà delle cose non esiste.

Restano poche certezze. Una è rappresentata senz’altro dai rapporti umani di Mariolino. I personaggi del romanzo rappresentano frammenti di una commedia umana che risulta affascinante perché la riconosciamo come vera, per cui ci si appassiona, ad esempio, agli scambi con Anghel, il violinista rom che per Mariolino, oltre che un prezioso informatore, è quanto di più simile a un amico.

Fonte: THRILLERNORD.IT